RSS
Welcome to my blog, hope you enjoy reading :)

domenica 24 marzo 2013

VIVERE SENZA LAVORO - GUSTAVO ESTEVA

Questo articolo di Gustavo Esteva apparso su La Jornada di lunedì scorso e solertemente tradotto dagli amici di Comune-info ci sembra di particolare interesse.
Nel corso di un tour in Italia che toccherà Venezia (4 aprile), Torino (5 e 7 aprile), Val di Susa (6 e 7 mattina), Milano (8 aprile), Padova (9 aprile), Bologna (10 aprile), Lucca (11 aprile), Firenze (12 aprile), Roma (13 e 14 aprile) Gustavo Esteva avrà una serie di incontri pubblici con organizzazioni e scuole.



VIVERE SENZA LAVORO
GUSTAVO ESTEVA

22 marzo 2013

La peggiore delle crisi è quella dell’immaginazione. Generalmente, perfino chi perde un lavoro salariato che umilia la sua dignità, non riesce a pensare a nulla che vada oltre la necessità di «conservare» la propria sopravvivenza. La crisi del sistema sottopone l’enorme massa di persone che vive senza un lavoro salariato – e non può aspettare di trovarne uno – a un inedito e violento attacco ai mezzi di sussistenza. Il sistema che ci domina, per riprodursi, ha nuovi bisogni: avvelenare l’acqua (con le miniere in Perù), sterminare i pesci (con l’eolico in Messico) e varare altre attività vandaliche necessarie alla costruzione di mega-impianti e grandi opere (contro le quali si muovono diversi movimenti territoriali). I «senza lavoro», allenati a inventare percorsi nuovi e (fr)agili per procurarsi da vivere, non hanno nulla da conservare, sono costretti a creare nuove forme di resistenza

In tutto il mondo, e particolarmente in Europa e in America Latina, i lavoratori salariati protestano nelle strade. A milioni. Chiedono che gli sia restituito ciò che hanno appena finito di togliergli e che non gli sia tolto altro. Chiedono lavoro. Riescono a ottenere, qui e là, il cambiamento di qualche funzionario, oppure a limare gli spigoli più acuti alle politiche neoliberiste, come qualche volta ha proposto López Obrador (il candidato progressista messicano sconfitto nelle ultime «presidenziali», ndt). Non ce la fanno, tuttavia, ad andare oltre questo.
Il loro messaggio è chiaro. C’è qualcosa di peggiore che essere sfruttato: non essere sfruttato. Esigere lavoro significa chiedere la restituzione delle proprie catene. Dobbiamo cercare di comprendere, tuttavia, l’animo conservatore di tanti lavoratori. Non è che siano diventati improvvisamente reazionari. È che non hanno scelta: senza lavoro non possono sopravvivere e molti patiscono la peggiore delle nostre crisi, quella dell’immaginazione. Non riescono a immaginare un altro senso della lotta attuale.
Tuttavia, queste persone non stanno avendo successo nemmeno in questo obiettivo di pura sopravvivenza. I governi hanno imparato a non far caso alla gente… e non sanno come muoversi, dentro il loro limite mentale, politico e pratico. Per questo c’è bisogno di varcare quel limite; e siccome non accade arriba (in alto), bisogna farlo abajo (in basso). È esattamente quello che stanno facendo milioni di persone, ovunque. Non possono continuare ad aspettare.
Nelle loro file ci sono, prima di tutto, coloro che non hanno mai avuto un lavoro e non nutrono alcuna speranza di conseguirne uno. Essi non hanno altra opzione pratica che quella di vivere senza lavoro, facendo la loro vita.
Il gruppo più numeroso di questo settore è quello di chi lavora «in proprio», senza rendere conto a un padrone. Queste persone hanno alcuni mezzi o abilità che gli permettono di agire con indipendenza. Occasionalmente, poi, s’impiegano qui e là, quando capita qualche lavoretto temporaneo. In questa fascia sociale, si trovano anche i migranti, che a volte vanno via per una stagione dai luoghi in cui risiedono, aiutano la loro famiglia e la loro posizione nella comunità con le rimesse, e poi tornano a casa.
È un settore immensamente eterogeneo ed è il più grande della popolazione che vive in America Latina. Ne fanno parte i contadini e quelli che qualcuno continua a chiamare i «marginali» urbani, sebbene, ben lontani dal restare «al margine», si costituiscono sempre più come il centro della vita sociale.
Molte persone tra quelle che possiamo collocare in questa parte della società non se la passano tanto male quanto alcuni lavoratori che sono rimasti senza impiego. Sanno sopravvivere da sé e la crisi è sempre stata il loro contesto di vita, del quale fa parte dunque anche la lotta. Per alcuni di loro è un atto quotidiano inevitabile: lottare con la polizia, con l’ispettorato, con tutte le strutture di potere che li vedono come una minaccia o una patologia. Per altri è come l’aria, come respirare, non riescono a immaginare la vita in un altro modo.
Di certo, alcuni non se la passano male quanto i disoccupati, ma sarebbe da irresponsabili dire che stanno bene. Le crisi che patiamo causano deterioramento per tutti. Per loro, ciò di cui si risente maggiormente è il salto indietro del capitale. Di fronte all’impossibilità di continuare ad accumulare rapporti di produzione nell’economia reale, che nessuno riesce a resuscitare, il capitale intensifica le forme di accumulazione per esproprio che non aveva mai abbandonato. Quello che questo settore patisce, più degli altri, è l’assalto brutale ai suoi mezzi di sussistenza, come ai tempi della recinzione degli ambiti di comunità che fondò il capitalismo.
I governi «progressisti» dell’America Latina, e perfino quelli che si cimentano con il socialismo del secolo XXI, appoggiano questo assalto al settore informale. Come ha spiegato García Linera, il vicepresidente della Bolivia, quando è venuto da queste parti (in Messico, ndt), loro si mantengono nel recinto della struttura formale dello sfruttamento, pubblico o privato, cosa che giustificano con il fatto che redistribuiscono l’«eccedenza», che non hanno il coraggio di chiamare plusvalore, attraverso i programmi sociali. Oppure, come ha detto Correa (il presidente progressista dell’Ecuador, ndt ), nel cercare di giustificare l’estrattivismo: Marx non ha detto nulla contro le miniere. È vero. Ha parlato, però, forte chiaro contro lo sfruttamento, ha parlato dell’accumulazione originaria e dell’esproprio. Di questo si tratta oggi.
Coloro che attualmente difendono il loro territorio dalle imprese minerarie, da quelle dell’energia eolica, dai mega-progetti e così via, non sono neo-luddisti e nemmeno vogliono andare a marcia indietro nella storia. Affrontano con lucidità la guerra contro la sussistenza, contro l’autonomia, contro la vita stessa, una guerra che si dispiega in uno stile che ha un taglio sempre più coloniale.
Nel farlo, quelli che difendono i territori non vogliono solo conservare quel che hanno. Sanno che la sola maniera efficace per resistere è creare qualcosa di nuovo, aprirsi a una nuova società, occuparsi seriamente di un cambiamento radicale. A differenza dei lavoratori salariati, non c’è in loro un animo conservatore. Essi sanno che soltanto un cambiamento radicale potrà fermare l’orrore che è in corso. E lo stanno facendo.



Questo articolo è uscito sul quotidiano messicano La Jornada (che ringraziamo per la gentile concessione) del 18 marzo 2013 con il titolo «Escapar del conservadurismo».

0 commenti: